La rivoluzione della “cattedra inclusiva”: come funziona

«Nelle scuole di ogni ordine e grado tutti i docenti incaricati sui posti comuni effettuano una parte del loro orario con incarico su posto di sostegno, mentre tutti i docenti con incarico su posto di sostegno effettuano, anche nell’ambito dell’ampliamento dell’offerta formativa dell’istituto, una parte del loro orario su posto comune». È questa la “rivoluzione” della “cattedra inclusiva”, definita da un progetto di legge presentato ieri a Roma, al Centro multimediale “Esperienza Europa – David Sassoli”.

L’obiettivo è superare «malintese deleghe, rendendo effettiva la corresponsabilità» dei docenti, spiegano i promotori del progetto di legge, un gruppo di noti esperti formato da Evelina Chiocca, Paolo Fasce, Fernanda Fazio, Dario Ianes, Raffaele Iosa, Massimo Nutini e Nicola Striano. «Questo – spiegano i promotori – è un provvedimento legislativo e prima ancora culturale, con il quale la scuola viene riportata al centro delle politiche inclusive, affrontando finalmente quel vulnus, in modo che l’inclusione costituisca fattivamente, come dice Andrea Canavero, “un’occasione straordinariamente utile per accrescere il benessere di giovani che stanno maturando nell’apprendimento e per l’apprendimento, per aiutarli a realizzare il loro progetto di vita”».

Il 70% degli insegnanti è favorevole
A sostegno della proposta è stata lanciata una raccolta di firme sulla piattaforma change.org. Inoltre, una ricerca condotta dalla Fondazione Erickson lo scorso ottobre, ha evidenziato che, su più di tremila insegnanti intervistati, sia di sostegno che ordinari, oltre il 70% si sono dichiarati favorevoli all’ipotesi della cattedra polivalente.

Un percorso di sei anni
Operativamente, il percorso verso la cattedra inclusiva durerà sei anni, dall’entrata in vigore della legge, perché «non è semplice ripensare l’organizzazione della scuola», ricorda il pool di esperti. Così, nel corso del primo anno, sarà coinvolto «non meno del dieci per cento dei docenti in servizio presso ogni istituzione scolastica» e questa quota crescerà a decorrere dal secondo anno, fino a raggiungere la totalità degli insegnanti. Unici esclusi, a meno che non chiedano di partecipare, saranno maestri e professori di 60 anni e più o che abbiano maturato un’anzianità di servizio, di ruolo e pre-ruolo, superiore ai venticinque anni.
«Questa riorganizzazione – spiegano i proponenti – consente di affrontare con maggiore decisione anche la sfida della continuità didattica, aspetto così delicato con il quale oggi fanno i conti molti studenti con disabilità e le loro famiglie, come pure quello, fondamentale, dell’ampia corresponsabilità educativa. L’ipotesi – puntualizzano gli esperti – non prelude ad alcuna riduzione di personale. Anzi: resta ferma la disponibilità di organico, consolidata per le finalità della legge».

Formazione al centro
Un ruolo di primo piano l’avrà «l’investimento sulla formazione». A questo proposito, il progetto di legge prevede un investimento di 150 milioni di euro per ciascuno dei sei anni necessari a completare la transizione verso la cattedra inclusiva, per complessivi 900 milioni di euro.
«È innanzitutto previsto un piano straordinario di formazione in servizio che interessa sia docenti con incarico su posto comune privi di specializzazione, sia gli insegnanti con incarico su sostegno e privi di abilitazione all’insegnamento – si legge in una nota dei gruppo di esperti –. La formazione, erogata in parte in presenza e in parte in remoto, è assicurata dalle università. Ma l’attenzione è anche sulla formazione iniziale – prosegue il comunicato –. Il relativo percorso universitario di formazione iniziale e di abilitazione all’insegnamento comprende la formazione finalizzata a sviluppare e accertare le competenze culturali, pedagogiche, psicopedagogiche, didattiche e metodologiche, necessarie a promuovere l’inclusione scolastica e, in particolare, l’inclusione degli alunni con disabilità».

Il ruolo del territorio
A supporto delle attività didattiche, in ciascuna scuola è, infine, prevista la costituzione del Coordinamento pedagogico e di un Coordinamento pedagogico territoriale, in accordo con gli enti locali e le istituzioni sanitarie. Perché, ricordano gli esperti, «l’inclusione e le opportunità devono andare anche oltre le mura della singola istituzione scolastica»

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