• 21 February 2024

Nell’antichità, all’arrivo del giorno dell’espiazione, il sacerdote di una comunità prendeva un capro, lo caricava simbolicamente di tutti i peccati della stessa comunità e lo cacciava nel deserto: il capro espiatorio.

Più tardi vediamo ripetersi una dinamica molto simile nelle città greche e più tardi ancora, durante il Medioevo, arrivò la gogna. Era una pena destinata ai condannati per reati minori, dove il malcapitato veniva immobilizzato e lasciato davanti alla folla, che poteva schernirlo e ferirlo a suo piacimento. Poi arrivarono l’inquisizione, la caccia alle streghe, le persecuzioni giacobine, le guardie rosse, il maccartismo.

Nel corso della storia, la violenza contro i singoli o contro le minoranze è stata utilizzata per affermare le ragioni della maggioranza: la gogna era lo strumento della comunità per ritrovarsi, per avvalorare un pensiero diffuso, indipendentemente dalla bontà e veridicità del pensiero stesso, per affermare l’ideologia o la supposta purezza della maggioranza. 

Nell’era digitale, il nostro modo di comunicare attraverso i social media evoca un po’ gli antichi rituali di espiazione e castigo storici, e la comunicazione online ne ha preso il testimone, introducendo nuove sfide etiche e morali.

Recentemente, un episodio ha portato l’attenzione su come la comunicazione online possa trasformarsi in una sorta di “gogna digitale“: Giovanna Pedretti, titolare della pizzeria Le Vignole a Sant’Angelo Lodigiano, ha vissuto l’eco di una sua risposta ad una recensione su Tripadvisor, che è diventata virale sui social media. Un cliente si lamentava della presenza di persone gay e disabili nel locale, e la risposta della ristoratrice, seppur ferma e dignitosa, è stata amplificata, decontestualizzata e soprattutto attaccata online.

La tragedia che ha seguito, il presunto (è in queste ore in corso l’autopsia sul cadavere) suicidio della ristoratrice, evidenzia come le conseguenze della condanna digitale possano trasformarsi in una realtà tangibile. La vita delle vittime della “gogna digitale” è spesso la prova di come il mondo online e quello reale siano strettamente intrecciati. 

Lo sanno bene le vittime, meno i carnefici.

La gogna pubblica sui social media è tanto allettante perché consente di distruggere qualcuno, senza provare nessuna sensazione negativa a riguardo: restando a distanza nessuno si immagina il livello di ferocia che può raggiungere questo nostro potere collettivo.

Non commettiamo l’errore di considerare quello della gogna come un problema intrinseco delle nuove realtà digitali, si tratta di problema che sui social media ha solamente trovato nuova linfa di cui nutrirsi. Le dinamiche dell’indignazione esistono ovviamente da prima dell’ascesa dei social media e le motivazioni sono facilmente individuabili: senso moralizzatore, necessità di esprimere (troppo) spesso la propria opinione e, spesso erronea, certezza di fare del bene.

Davanti a questi nuovi mezzi, ricalibrare la nostra attenzione è quindi essenziale. Ci interessa davvero come una ristoratrice risponde ai suoi clienti? Davvero riteniamo pubblicamente rilevante quello che twitta donna americana prima di salire in aereo? 

La sfida è trovare un equilibrio tra la libertà di espressione e la responsabilità individuale online. Solo così possiamo promuovere un uso più consapevole e etico dei social media, rendendoli uno spazio costruttivo anziché un terreno fertile per la diffamazione.

Quello che ci auguriamo, e quello su cui continua a lavorare Sharing Europa, è di continuare a parlare e divulgare con sensibilità e accuratezza plasmando, insieme, un ambiente online più sano, rispettoso e riflessivo.

“Anche quando i contorni di tutto ci sembreranno netti come mai, anche, e soprattutto, quando saremo certi di essere noi i puri. Il momento, quello in cui siamo convinti di essere nel giusto, che pressapoco coincide con un altro, quello in cui rischiamo di passare dalla parte del torto.”

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areatecnica@scagency.it

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